Appalti, il potere di esaminare le cause di esclusione non finisce con il provvedimento espulsivo

Tipologia
Notizia
Data
12/02/2020

In materia di appalti se il Giudice amministrativo riammette in gara l' operatore economico, la stazione appaltante prima dell' aggiudicazione può sempre adottare un nuovo provvedimento espulsivo per altri motivi escludenti. La decisione di porre a fondamento dell' esclusione una ragione invece che un' altra, non causa una preclusione procedimentale, né consegue una riduzione o l' esaurimento del potere discrezionale della Pa. Lo stabilisce il Consiglio di Stato, Sezione V, con sentenza n. 144 /2020. Il caso La controversia si riferisce ad una gara di servizi. Nel caso di specie il Giudice amministrativo aveva annullato l' esclusione della ricorrente disposta dalla Pa e, per altro verso, aveva annullato l' aggiudicazione disposta a favore della concorrente in quanto la stessa non possedeva i requisiti per essere ammessa alla competizione. Senonché la stazione appaltante, dando seguito alla decisione del Giudice amministrativo avviava il procedimento di verifica dei requisiti in capo al concorrente riammesso in gara. E proprio nell' ambito di tale verifica disponeva di nuovo la sua esclusione, questa volta per un diverso motivo. Quindi, il ricorrente, nuovamente espulso dalla gara, insorge contro la nuova esclusione sostenendo che alla Pa non restava che disporre l' aggiudicazione in suo favore. Ma la prospettazione dell' operatore economico non ha persuaso il Giudice amministrativo. A riguardo il Consiglio di Stato chiarisce che la stazione appaltante, per aver deciso di porre a fondamento dell' esclusione l' una ragione, l' incompletezza dell' offerta e non l' altra, l' omissione informativa con conseguente inaffidabilità dell' operatore economico, che pure aveva rilevato, non sia incorsa in una preclusione procedimentale o, in altra forma di decadenza, con conseguente riduzione o esaurimento del suo potere discrezionale. La decisione La questione giuridica giunta all' attenzione del Consiglio di Stato riguarda il contenuto del potere discrezionale della Pa dopo l' annullamento dell' esclusione dell' operatore economico per uno dei motivi in concreto contestabili. Per il Consiglio di Stato in argomento è decisiva l' assenza di un obbligo legislativo, di clare loqui , da intendersi qui come necessaria esposizione di tutte le ragioni a fondamento del provvedimento preclusivo al privato del bene della vita atteso. Per i Giudici di Palazzo Spada l' adozione del provvedimento espulsivo non causa la riduzione progressiva della discrezionalità, poiché ai principi di buona fede o affidamento, fa da contraltare un principio di pari rilevanza, quello di inesauribilità del potere amministrativo. In conclusione, spiega il Consiglio di Stato, non si intravedono, per l' attuale conformazione dell' ordinamento, le basi assiologiche per potere affermare l' esistenza di una siffatta preclusione procedimentale, con le descritte conseguenze in termini di esaurimento della discrezionalità amministrativa, sebbene non possa negarsi che una diversa condotta dell' amministrazione avrebbe consentito di ricondurre ad un unico episodio, anche giurisdizionale, la vicenda dipanatasi e destinata a svolgersi invece in plurime fasi processuali. Tale decisione si pone in contrasto con il diverso orientamento che invece evoca la teoria della cosiddetta riduzione progressiva della discrezionalità, esplicitamente accolta da recente pronuncia (Consiglio di Stato, Sezione VI, 25 febbraio 2019, n. 1321).

A cura di Quotidiano Enti Locali e PA (Sole 24 Ore) del 12/02/2020 – autore GIOVANNI F. NICODEMO