Abuso d'ufficio per il responsabile unico che fraziona l'appalto fare l'affidamento diretto

Tipologia
Notizia
Data
19/06/2018

Risponde del reato di abuso d' ufficio il Rup, che, per poter procedere all' affidamento diretto a un' impresa di sua conoscenza, suddivide artificiosamente l' appalto in più interventi di minor importo, per non oltrepassare la soglia che imporrebbe il confronto competitivo tra più imprese.

A chiarirlo è la Corte di cassazione, sezione VI, con la sentenza n. 26610/2018 . Il caso La Cassazione ha così confermato la decisione dei giudici di merito, che in primo grado avevano condannato alla pena di un anno di reclusione, confermata poi in appello dal tribunale di Genova, un dirigente tecnico e Rup della locale autorità portuale. Il dirigente nel 2010 aveva favorito una società edile a lui vicina appaltandole senza gara lavori di rifacimento del lucernaio di un magazzino per un importo complessivo di quasi 180mila euro. Il lavoro pur essendo sostanzialmente e funzionalmente riconducibile a un intervento unitario venne artificiosamente frazionato dal Rup che poté così sottoporre i singoli lotti alla disciplina delle acquisizioni in economia attraverso la procedura del cottimo fiduciario di cui all' articolo 125 del codice De Lise Dlgs 163/2006, vigente all' epoca. Il Rup, d' accordo con la ditta favorita, si faceva rilasciare da quest' ultima, senza alcuna ragionevole giustificazione trattandosi di una commessa sostanzialmente unica, cinque distinti preventivi di spesa, poi "ritoccati" negli importi. A ogni preventivo relativo alle diverse fasi dei lavori, seguivano altrettanti distinti ordinativi diretti alla stessa impresa: un primo ordinativo per la costruzione del ponteggio, un secondo per lo smontaggio dei pannelli di copertura del tetto, un terzo, un quarto ed un quinto rispettivamente per la fornitura e posa in opera delle strutture, per la pitturazione e per il trasporto a discarica dei materiali di risulta. La norma L' articolo 125 del Dlgs 163/2006 - sostanzialmente corrispondente all' articolo 36 del Codice dei contratti pubblici attualmente in vigore Dlgs 50/2016, che disciplina le procedure semplificate sotto soglia - stabiliva al comma 8 che per i lavori di importo inferiore a 40mila euro fosse consentito l' affidamento diretto da parte del responsabile del procedimento. Per i lavori di importo pari o superiore a 40mila euro e fino a 200mila euro, era invece necessario procedere all' affidamento mediante cottimo fiduciario, nel rispetto dei principi di trasparenza, rotazione, parità di trattamento, previa consultazione, ove esistenti, di almeno cinque operatori economici, individuati sulla base di indagini di mercato ovvero tramite elenchi di operatori economici predisposti dalla stazione appaltante. In sostanza, l' equivalente delle "procedure negoziate" ora previste dall' articolo 36, comma 2, lettere b) e c), del Dlgs 50/2016, ammesse per i lavori sino ad un massimo di 1 milione di euro. Al comma 13 si prevedeva poi che nessuna prestazione di beni, servizi e lavori potesse essere artificiosamente frazionata allo scopo di sottoporla alla disciplina delle acquisizioni in economia (analoga disposizione è adesso contenuta nell' articolo 35, comma 6, del Dlgs 50/2016). La decisione La Suprema Corte ha confermato le pronunce dei Giudici di merito anche nella parte in cui avevano ritenuto sussistente il reato nonostante 3 dei 5 ordinativi fossero attestati proprio in corrispondenza della soglia limite dei 40mila euro che a stretto rigore avrebbe richiesto comunque l' attivazione del procura concorrenziale, indispensabile appunto per gli appalti di lavori di importo "pari" o superiore a detto importo (i restanti due ordinativi erano comunque inferiori ai 40mila euro): la macroscopica illegittimità delle procedura nel complesso seguita per la scelta del contraente, che aveva determinato pure un ingiusto vantaggio patrimoniale alla ditta appaltatrice, è stata difatti ritenuta di per sé sufficiente a denotare a chiare lettere non solo l' elemento oggettivo della così detta "doppia ingiustizia", ma anche l' elemento soggettivo del dolo intenzionale, entrambi indispensabili per configurare il delitto di abuso d' ufficio di cui all' articolo 323 del codice penale, potendosi perciò prescindere nella fattispecie anche dall' accertamento di uno specifico accordo collusivo con la ditta favorita per provare il dolo.

 

A cura di Quotidiano Enti Locali e PA (Sole 24 Ore) del 19/06/2018 - autore DOMENICO IROLLO


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