Codice degli appalti, chi si lamenta non sempre è in buona fede

Tipologia
Notizia
Data
02/05/2018

ItaliaOggi Sette in edicola questa settimana titola sul codice degli appalti come un' opera incompiuta.

È vero vi sono alcune criticità nella riforma, ma esse sono assai inferiori agli aspetti positivi. Inizierei con una domanda retorica: qualcuno può seriamente ritenere agevole che in questo paese, la cui pubblica amministrazione inizia ora flebilmente ad applicare una legge assai più semplice come quella dell' autocertificazione del 1968 e ancor più flebilmente a non richiedere a terzi documenti già in suo possesso, possa prontamente applicarsi una normativa che intercetta il 15% del pil italiano? E ciò anche ammesso che vi sia la volontà politica da parte delle stazioni appaltanti e delle amministrazioni di andare in questa direzione, volontà che invece è noto, non esserci poiché sottrae potere alle suddette.
Molti di coloro che oggi si lamentano della situazione, hanno partecipato, come del resto Finco, a pieno titolo alle 32, diconsi trentadue, audizioni parlamentari tra camera e senato sul tema, alle 5 presso la presidenza del consiglio dei ministri, a decine e decine di dibattiti istituzionali o meno organizzati prima del vigore della norma, senza contare le centinaia, ma direi meglio migliaia, di note formali e informali, articoli e quant' altro che tali stakeholders hanno inviato e/o ricevuto e si sono scambiati nel triennio di gestazione della riforma.
Si accorgono solo ora che la normativa è piena di difetti? Dove erano prima? Non sarà che si tenta in ogni modo di «far rientrare dalla finestra» ciò che è giustamente uscito dalla porta? E che cos' è che è uscito dalla porta, aldilà di alcuni aspetti che vanno rivisti con riferimento, per esempio, alle Oepv? È stata definitivamente cassata la possibilità di subappaltare liberamente anche il 100% delle opere acquisite in gara. Questo è uno dei punti centrali se non il punto centrale . Inoltre, come mai le gare di progettazione, quelle di Anas e altre tipologie di bandi sono in aumento? Non dovremmo prendere atto che il mercato è cambiato (e non tornerà più come prima) e inizia a richiedere tipologie di opere e qualificazioni d' impresa più alte?
In definitiva, che il nuovo codice dei contratti pubblici non piaccia alle imprese edili generaliste è cosa risaputa; formalmente perché avrebbe condotto alla paralisi degli appalti, sostanzialmente perché sono stati introdotti una serie di meccanismi che orientano la loro libertà di impresa (rectius: la libertà di fare quello che vogliono). Limiti al subappalto, limiti all' appalto integrato, limiti alla possibilità di varianti, limiti alla possibilità di pagare il subappaltatore «con calma», limiti alla possibilità di qualificarsi con i lavori fatti da altri E mi fermo qui. Con ciò non si vuole nel complesso dire che il codice non sia perfettibile, ma fino a quando non sarà completamente applicato non potrà essere seriamente valutato.
Non è legittimo neppure paventare seriamente il rischio di una riforma incompiuta solo perché manca una serie di atti applicativi: la struttura del codice è complessa e ha l' ambizione di essere, al tempo stesso, innovativa e più flessibile rispetto al passato, e questo, inevitabilmente, ha delle ripercussioni sui tempi di piena attuazione della riforma. Né si può seriamente pensare, come detto, che una riforma profonda che impatta il 15% del Pil del nostro paese possa essere di semplice e immediata operatività. Il fatto però che manchino alcune linee guida e decreti non deve trasformarsi in un alibi per le stazioni appaltanti che potrebbero tranquillamente bandire gare come hanno fatto, usando le regole che ci sono, tutte quelle amministrazioni che hanno consentito la crescita esponenziale, per esempio, degli appalti di progettazione di Anas o Ferrovie.

 

A cura di Italia Oggi del 01/05/2018 pag. 24 - autore ANGELO ARTALE


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