Ditte complici fuori gara

Tipologia
Notizia
Data
23/06/2017

Il silenzio sulla condanna dell'amministratore, cessato dalla carica nell'anno precedente una gara d'appalto, apre la porta all'esclusione (discrezionale) della società da un appalto pubblico.

La normativa italiana che dà alle stazioni appaltanti la possibilità di valutare negativamente l' omessa informazione, sintomo della mancata dissociazione della partecipante alla gara pubblica, non è in contrasto con la disciplina europea. Queste le conclusioni dell' avvocato generale della Corte di Giustizia dell' Unione europea, Manuel Campos Sánchez-Bordona (Spagna), che si è pronunciato nel ricorso n. C-178/16, in una vicenda che ha coinvolto l' Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani spa, esclusa da una gara d' appalto pubblico del 2013 (costruzione di una casa circondariale). Nel caso specifico l' esclusione è avvenuta in quanto la Mantovani non ha tempestivamente dichiarato che, nel corso della procedura, il proprio ex amministratore delegato era stato condannato con sentenza definitiva per reati fiscali e finanziari e per associazione a delinquere. Questa omissione è stata considerata una violazione del dovere di leale collaborazione con la stazione appaltante e anche sintomatica di una non completa ed effettiva dissociazione dell' impresa dalla condotta criminosa di un soggetto che, nell' anno antecedente alla pubblicazione del bando di gara, aveva rivestito proprio nella società una carica rilevante. La mancata dissociazione è prevista come ostacolo alla partecipazione all' appalto nel Codice degli appalti pubblici: questo sia nel dlgs. 163/2006 (articolo 38, vigente all' epoca dell' appalto) sia nel nuovo codice (dlgs 50/2016, articolo 80). Nelle due versioni l' esclusione e il divieto per difetto del requisito di moralità opera anche nei confronti dei soggetti cessati dalla carica nell' anno antecedente la data di pubblicazione del bando di gara, qualora l' impresa non dimostri che vi sia stata completa ed effettiva dissociazione della condotta penalmente sanzionata. Durante il contenzioso davanti ai giudici amministrativi italiani, è emersa la questione pregiudiziale della compatibilità della norma del codice italiano con il diritto dell' Unione e in particolare con le direttive sugli appalti pubblici. In particolare il Consiglio di Stato si è posto il problema rilevando che la norma rischia di imporre a carico delle imprese oneri potenzialmente illimitati di informazione su vicende che vede coinvolti soggetti usciti dalla compagine societaria ed anche indefiniti adempimenti dissociativi, con possibile incertezza applicativa ed eccessiva discrezionalità della stazione appaltante. A creare dubbi è stata la compatibilità del codice degli appalti con i principi di tutela del legittimo affidamento e di certezza del diritto, di parità di trattamento, di proporzionalità e di trasparenza, di divieto di aggravio del procedimento e di massima apertura alla concorrenza del mercato degli appalti pubblici, nonché di tassatività e determinatezza delle fattispecie sanzionatorie. L' avvocato generale ha formulato una proposta osservando che la normativa italiana è conforme a obiettivi d' interesse generale, garantisce l' affidabilità, la diligenza, l' onestà professionale e la serietà dell' impresa. Inoltre, ha continuato l' avvocato generale, la disciplina europea prevede che l' esclusione di un' impresa può essere disposta anche per la mancata informazione sui criteri di selezione qualitativa: nel caso specifico, il silenzio dell' impresa è stato ritenuto un indizio dell' assenza di dissociazione dalla condotta delittuosa dell' amministratore. L' esclusione, però, non è conseguenza automatica, ma dipende da una valutazione sull' effettiva dissociazione che spetta in prima battuta all' amministrazione aggiudicatrice e, in sede di controllo giurisdizionale, al giudice nazionale.

 

A cura di ItaliaOggi del 22/06/2017 pag. 28 - autore Antonio Ciccia Messina


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