APPALTI SENZA DISCRIMINAZIONI

Tipologia
Notizia
Data
25/10/2016

Stop alle gare d' appalto solo per i grandi gruppi grazie al nuovo codice dei contratti pubblici.

Con l' entrata in vigore del decreto legislativo 50/2016, infatti, la necessità di garantire la libera concorrenza fra le imprese è divenuta il «baricentro del sistema» delle procedure a evidenza pubblica. E la regola vale anche per la centrale di committenza che pure ha il compito di garantire economie di scala negli acquisti della pubblica amministrazione. Deve dunque essere annullato il bando della Consip per la vigilanza negli edifici pubblici che suddivide il territorio nazionale in tredici lotti, che non si rivelano ambiti ottimali: in base ai requisiti di fatturato richiesti, infatti, possono candidarsi all' affidamento del servizio soltanto ventiquattro imprese per lotto, mentre restano escluse tutte le altre piccole e medie imprese. È quanto emerge dalla sentenza 9441/16, pubblicata dalla seconda sezione del Tar Lazio.
Accolto il ricorso l' istituto di vigilanza che rischia di trovarsi fuori da un appalto di fondamentale importanza strategica per il settore: vale 540 milioni di euro e può condizionare il mercato dei servizi di sicurezza per i prossimi tre anni. A dire della Consip, la gara è stata indetta rispettando i dettami della legge 488/99 che impone tagli alla spesa pubblica evitando negli acquisti della pubblica amministrazione i costi che derivano da procedure parcellizzate. È vero, nel bando per i servizi di sorveglianza degli immobili pubblici le imprese possono associarsi in raggruppamenti temporanei senza che l' impresa mandante debba essere in possesso di percentuali minime del requisito di fatturato specifico.
Ma l' ingresso in una RTI o il ricorso all'avvalimento sono frutto di scelte discrezionali delle imprese interessate e non basta l' astratta possibilità di queste opzioni per garantire la partecipazione al bando anche dei più piccoli. Il punto della controversia, poi, non è tanto la soglia richiesta per partecipare alla gara, che di per sé non può ritenersi irragionevole: risulta pari al valore annualizzato del massimale del lotto per il quale si presenta l' offerta. Il fatto è, invece, che così come sono strutturati i lotti l' offerta può essere presentata soltanto dai big player del mercato e ciò impedisce alle imprese più piccole di incrementare le proprie qualificazioni e professionalità; il tutto mentre con l' entrata in vigore del nuovo codice degli appalti la funzione pro-concorrenziale delle regole di evidenza pubblica ha assunto ancora maggiore rilievo, senza in alcun modo ledere l' interesse dell' amministrazione alla scelta del miglior contraente.

All' esigenza di tutelare gli interessi pubblici si è infatti aggiunta negli anni la necessità di evitare la discriminazione fra le imprese, sotto la spinta dei principi e delle direttive eurounitarie. La concentrazione del bando, nella specie, risulta estrema mentre dovrebbe invece essere bilanciata da una ripartizione in lotti tale da favorire condizioni di efficienza del mercato dal punto di vista dell' offerta. Insomma: bisognerebbe far crescere le piccole imprese, e non escluderle. E l' individuazione di un ambito ottimale, specie in una gara d' appalto pesante, impone un' istruttoria adeguata e l' obbligo di una motivazione articolata. Se non è garantita la libera competizione sul mercato si configura la violazione del nuovo codice degli appalti perché la concorrenza ne è «il centro di gravità». Spese del giudizio compensate per la complessità e la novità delle questioni.

Novella decisiva. E negli ultimi giorni è sopraggiunta un' altra pronuncia dei giudici amministrativi a favore della libera competizione sul mercato degli appalti pubblici. Non si può impedire alle piccole e medie imprese di accreditarsi a Spid, il servizio pubblico di identificazione che dà a ogni cittadino il suo pin per interagire con gli enti pubblici e dunque pagare il bollo auto, cambiare il medico di base o verificare la propria situazione contributiva per la pensione. Arriva, infatti, un nuovo stop per il regolamento varato a suo tempo dall' Agenzia per l' Italia digitale. E ciò perché risultano ingiustificati i paletti posti per la partecipazione al bando su capitale sociale minimo e polizze assicurative. È quanto emerge dalla sentenza 10214/16, pubblicata il 13 ottobre dalla terza sezione del Tar Lazio, che si innesta sulla falsariga di un provvedimento pronunciato nel 2015.

Accolto di nuovo il ricorso proposto da Assoprovider e Assintel Confcommercio, le associazioni che riuniscono gli operatori del settore. Non c' è ragione né normativa superiore che imponga la previsione di un capitale minimo per la partecipazione pari a 5 milioni di euro: il paletto posto per l' accreditamento non risulta richiesto per gli operatori pubblici e ha l' effetto di distorcere il mercato, ostacolando la concorrenza nel comparto. Sproporzionati anche gli importi per le polizze assicurative disposte: non sono commisurati ai rischi di danni a terzi connessi allo svolgimento dell' attività digitale che risultano già coperti dalla disciplina di settore: pesa in ultimo l' articolo 25 del decreto legislativo 179/16, di modifica dell' articolo 29, comma 3 del decreto legislativo 82/2005, che introduce per l' avvenire significativi elementi di flessibilità. Anche in questo caso le spese di giudizio sono compensate.

 

a cura di Italia Oggi Sette del 24/10/2016 – autore Dario Ferrara


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